mercoledì 4 luglio 2018

La materia ……. oscura!


Ha una mente fertile e sappiamo cosa rende fertili le cose!

Solo alcuni possiedono delle idee; la maggior parte dell’umanità ne è posseduta. Alcune idee strambe, di cui molti ridono, potrebbero diventare verità acclamate.


Nel 1961 il giovane Piero Manzoni espone per la prima volta le scatolette di Merda d’artista. Portano la sua firma e l’etichetta sul contenitore in latta dichiara in più lingue “contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961“, come un qualsiasi comune oggetto alimentare. Le scatolette sono numerate da 1 a 90 e Manzoni le mette in vendita chiedendo l’equivalente di 30 grammi d’oro.

Insomma la sua opera vale tanto oro quanto pesa. Merda d’artista è una parte del proprio corpo "proclamata" opera d’arte, è una specie di "reliquia corporea dell'artista". D'altronde, il potere di operare miracoli non sta nell'origine della reliquia, ma nella sua reputazione, comunque acquisita.
In modo ironico questa opera è espressione figurata e perfetta del mondo dell’arte: fare della merda un’opera d'arte, produrla, esporla e venderla a peso d’oro.
L’artista è una specie di re Mida, è  colui che con la sua firma riesce a tramutare tutto, ma proprio tutto, in oro.



La merda d'artista trova la propria approvazione nel fatto di essere firmata da chi ha saputo dare dignità artistica a qualcosa di dozzinale, che è stato capace di trasformare la propria idea in un emblema. Ecco perché, pur riproposto in 90 esemplari, essa diventa sempre un'opera d'arte nuova, dunque vendibile, adatta ad un mercato disposto a far ribollire i prezzi. Dal mito, ricompare la leggenda di Re Mida e tutto viene trasformato in oro: al tocco si sostituisce però la firma e il risultato è identico.
Quello che nell'immaginario comune è agli antipodi dell'arte (la merda), Manzoni col suo pensiero e con una eccezionale riflessione ironica/estetica lo ha trasformato in arte. Grazie ad una banale scatoletta egli riesce ad amalgamare e a far convivere scatologia (tutto ciò che ha a che fare con gli escrementi) e escatologia (riflessione sui significati e destini ultimi dell'uomo e dell'universo).

Tuttavia, tralasciando gli aspetti provocatori di Piero, ciò che viene fuori prepotentemente è che non esiste più misura o limite nel quale far confluire l'immaginazione: se il contenuto, qualunque esso sia (cosa c’è davvero nelle scatole?), ed il contenitore, cosi come presentati e combinati, entrano nell'Olimpo dell'arte, allora qualunque parola, o cosa può diventarlo, e all'opposto è possibile che ciò che fino a ieri era considerato arte perda il suo valore. Non vi sono più certezze, non esiste più la bellezza che salverà il mondo! 
Osservi quella scatoletta in una teca o su di un piedistallo e tutte le tue certezze svaniscono, ti assalgono mille dubbi, tutto quanto rappresentava un pregio diventa difetto, ciò che era considerato inammissibile diviene sommo. 



Improvvisamente, per la prima volta nella storia, la merda è nobilitata e si comincia ad apprezzarla in una dimensione artistica. Bandita ogni forma di tonta contemplazione, l'arte provoca il desiderio, in chi guarda, di conoscere i segreti e gli stratagemmi che hanno portato a quella rappresentazione, si vuole coglierne l'essenza. L'arte è sempre più “cosa mentale”. L'osservatore, cosi come l'artista, deve riuscire a comprendere il mutamento di stato dell'oggetto, il passaggio dal mondo delle cose all'universo artistico, e per far ciò deve cancellare ogni pregiudizio estetico, eliminare il concetto di piacere. I parametri del gusto, del bello sono superati dal concetto di autenticità di un autore e dalla sua capacità di imporsi in un mondo in continuo divenire. L'opera vale perché è firmata, resa autentica dall'artista, che ne rivendica la paternità intellettuale con la propria firma, il proprio marchio. Sono un artista e quello che faccio, quello che produco, quello che “esce da me” è arte. Col passare del tempo, e dalla debita distanza, le scatolette di merda si rivelano per quelle che sono, il cerchio si chiude, è perfetto e dalla provocazione si è ritornati all'arte, se ne apprezza la “bellezza”, che seppure lontana dai canoni classici, incarna alla perfezione lo spirito della nostra epoca e come le più grandi opere d'arte non da alcuna risposta  ma invita a riflettere sul destino dell'umanità. Pur non riuscendo più a definire il bello, possiamo dire che, come la grande arte nello scorrere dei secoli, l'opera d'arte continua a meravigliare, lasciando chi osserva in uno stato di meraviglia, mischiando pensiero e scandalo, poesia e prosa, purezza e peccato, realtà e stupore.

Ma allora cosa è cambiato? ASSOLUTAMENTE NIENTE. Oltre la siepe, che il guardo esclude, c'è ancora l'infinito, e l'artista come Ulisse, continua a cercare, a ricercare …... la CONOSCENZA!

sabato 16 giugno 2018

Elogio della follia – Lettera al signor Van Gogh


Scappiamo Alice, qui sono tutti normali.
(Il Bianconiglio)

“Uno può avere un focolare ardente nell'anima e tuttavia nessuno viene mai a sedervisi accanto. I passanti vedono solo un filo di fumo che si alza dal camino e continuano per la loro strada.” (V. Van Gogh)

Lei era solo un matto, caro signor Van Gogh.
Questa è la scena. Il mondo intero che guardava dall’altra parte e lei che ci camminava in mezzo. A un certo punto signor Van Gogh, lei si è messo a urlare, ma nessuno lo ha sentito. Nessuno le è andato incontro, nessuno ha capito che stava andando alla deriva. Intanto lei scalciava, si agitava, qualcosa voleva uscire, voleva prendere il suo posto nel mondo. Ha cominciato a spingere, con sempre più forza; lei ha pensato che era l’ultima cosa che faceva sulla terra. Delle cose sono venute al mondo, perché anche i matti mettono al mondo le loro creature! Pochi capivano in realtà cosa fosse quello che faceva; però c’era qualcosa in quelle opere che le rendeva straordinarie. Niente di speciale in realtà, solo l’ennesimo sorprendente miracolo.

Adesso è tutto diverso. Lei ha detto “Se oggi non valgo nulla, non varrò nulla nemmeno domani; ma se domani scoprono in me dei valori, vuole dire che li possiedo anche oggi. Poiché il grano è grano, anche se la gente dapprima lo prende per erba”
E’ andata davvero cosi, signor Van Gogh? E’ andata davvero cosi, signor Van Gogh. Cosi mi hanno raccontato. 

E’ cosi che è cominciato tutto, in mezzo al vento e al grano.
Una cosa voglio proprio dirla, signor Van Gogh: i suoi colori mi piacciono, sono poetici! Mi tornano spesso in mente l’arancio del cielo al tramonto, il bianco giallo della schiuma del mare, il rosso dei tulipani, i colori mischiati che diventano campi variopinti.
Da bambino, caro signor Van Gogh, mi facevo domande strane: come può da un tronco marrone venir fuori il rosso delle ciliegie o il giallo delle mele, come può un arbusto verde dar vita a delle bacche blu?
A che servono cosi tanti colori? Oggi grazie a lei io so che “le leggi dei colori sono inesprimibilmente belle, proprio perché non sono dovute al caso”.


Signor Van Gogh, i suoi dipinti sono carichi di nostalgia (Riposo dal lavoro), di un tempo in cui l’uomo, stanco dopo una giornata dura di lavoro, appoggiava la schiena contro il fieno. Che pace. Alzarsi, fare qualcosa? Nemmeno per idea. Che pace! ..... e attendeva la sera, che il cielo da blu diventasse rosso, e che la sera cedesse il posto ad una magnifica notte infuocata. Van Gogh: “Io penso spesso che la notte sia più viva e più riccamente colorata del giorno”.
Chiudo gli occhi. Quante cose vedo, quando chiudo gli occhi. Sono cose che nessuno vede più, che nessuno sa che esistono. L’odore del mondo diventa realtà tangibile. E l'energia del cosmo è palpabile...........


I suoi lavori, sono opere che lasciano proprio senza fiato, che quando li hai finiti di guardare e tutto quel che segue, vorresti che chi le ha pensate fosse un tuo amico per la pelle e poterlo interpellare tutte le volte che ti gira.

Caro signor Van Gogh, lei ha intrapreso un viaggio pericoloso. “I pescatori sanno che il mare è pericoloso e la tempesta terribile, ma non hanno mai trovato questi pericoli, una ragione sufficiente per restare a riva. Lei non ha vissuto per se, ma per le generazioni che verranno.
Ho capito (non senza sforzi) che lei detestava i sentimenti moderati che si incontrano nella vita e in quanto folle ha sempre resistito agli amori facili. Lei ha talmente teso la sua mente, che alla fine è schizzata, si è contorta, si è espansa; la sua mente risucchiata dall'infinito ha ruggito di dolore e di piacere.  Calore che si è irradiato in onde rotonde, gelo verticale, cunei sparati giù a frantumare ….....
Prima di partire per sempre, lei ha scritto che “La tristezza durerà per sempre”. Non ho mai capito se parlava della sua o di quella dell’intera umanità.

Van Gogh: “Dato che qui l’inverno continua, datemi retta e lasciatemi tranquillamente continuare il mio lavoro, e se sarà quello di un pazzo tanto peggio”. Alcune persone non impazziscono mai. Che vite davvero orribili devono condurre!

“Se un uomo diventa pazzo per qualche motivo, grazie tante!
Il bello sta a impazzire senza motivo”.

mercoledì 13 giugno 2018

Da qui in avanti, un passo indietro!


Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kublai Kan.  Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano. Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: - Perché mi parli delle pietre? 

È solo dell'arco che m'importa. Polo risponde: Senza pietre non c'è arco.

Non ci sono punti superflui nell’universo. Ognuno è qui perché ha uno spazio da riempire, e ogni punto deve inserire sé stesso nel grande puzzle.
Quella di Seurat è una pittura stranamente silenziosa. Lascia che gli altri parlano, sta ad ascoltare. E forse è proprio in questa sorta di sospensione silente che si può osare l’analogia impressionante con Piero della Francesca e  Paolo Uccello. Nella sua opera c’è la stessa luce chiara e diffusa, identica strutturazione dello spazio e una uguale composizione.

Attraverso una metodica e paziente distribuzione dei punti di colore sulla tela egli fa si che tutti gli effetti di chiaroscuro siano assorbiti nel colore e tutte le ombre (azzurre, verdi o rosa), fatte da tocchi infinitesimi, acquistano sfumature delicate.
Esaminando i dipinti di Georges Seurat, si ha l’impressione che egli fosse un artista calcolatore, senza vita, riservato e taciturno. Le sue tele non rivelano partecipazione, non rivelano passione: la sua è la pittura più meditata e controllata che esista.


I pittori moderni si sono battuti, negli anni, per una certa libertà di invenzione e di esecuzione. Seurat si muove in senso ostinato e contrario; egli rinuncia a ogni opportunità, rinuncia a ogni possibile forma di spontaneità. E lo fa con risoluta intenzione. Seurat: “La gente trova la poesia in ciò che faccio. No, applico semplicemente il mio metodo, nient’altro!” 
 
È ricordato come chi sperimenta una nuova teoria e riforma l’Impressionismo, facendolo diventare scientifico. Si dedica alla ricerca di un principio esatto della pittura, basato sulla meditazione (non sull’ispirazione) e sulla ricerca delle leggi sottese all’invenzione. Il suo intento non è quello di riformare il movimento dell’Impressionismo, ma di dominare l’intuizione con la consapevolezza.
Come gli impressionisti della prima ora, egli abbandona i temi storici e la sua pittura diviene attuale, assolutamente moderna: quindi i soggetti sono quelli del mondo che lo circonda, scene di vita quotidiana, paesaggi, folle domenicali.  Quello che per gli impressionisti ha il fascino del fortuito e dell’immediato, in Seurat ha un carattere ben strutturato, raccolto e chiuso in se stesso.
I suoi dipinti suggeriscono emozioni tutt’altro che semplici, delle emozioni attenuate, mediate, ovattate. La distanza tra noi e il dipinto si sente ed è accentuata dalla sua consuetudine di dipingere e di colorare la cornice del quadro. Cosi facendo, il quadro tende a indietreggiare, si stabilisce una barriera ovattata di silenzio, fra la pittura e noi che la osserviamo.

Una ricerca di forme archetipiche domina le sue composizioni di forme quasi arcaiche e della riduzione del tutto a una visione scientifica. È proprio un modo di guardare al mondo: andare per sottrazione, eliminare il superfluo, cercare la sostanza.
Sono immagini che appaiono dettagliate solo se viste da lontano. Immagini divise in piccole parti che l’occhio riunisce in campi compatti.
Con una leggera forzatura questi dipinti sono come i mosaici, scene raffigurate con punti ripetuti al posto di tessere in pietra, terracotta o pasta vitrea. Anche un mosaico, se visto da lontano, può apparire simile a un’immagine dipinta, poichè le tessere di cui è composto appaiono fuse con quelle adiacenti. A fine '800 questo stesso principio sarà applicato da Georges Seurat, definito puntinista per la sua tecnica, che le tessere, però, le dipinge!
Lo stesso termine mosaico deriva dal greco musaikòn, "opera paziente degna delle Muse"; in latino veniva chiamato opus musivum, cioè "opera delle Muse". 


Due colori diversi accostati appaiono di un terzo colore se visti da lontano.
Seurat dipinge in modo strano, accostando punti sulla superficie che,  ad una certa distanza, dà un colore diverso, che si compone nella nostra testa. Il dipintoo è un campo di forze che formano l’immagine e non uno schermo dove si proietta l’immagine”. Il clima culturale di  G. Seurat è quello di una realtà sempre più tecnologica, che mette in secondo piano  il lavoro degli artisti, in una condizione di inferiorità: basti pensare all’invenzione della fotografia.  E' essenziale, e riduce alla sostanza. “Less is more” diceva Ludwig Mies van der Rohe. Vale anche per questi dipinti … dove i punti sono anche troppi. 

Ma, probabilmente, la definizione delle immagini tramite punti ha una chiave di lettura filosofica oltre che pittorica. Secondo qualcuno, noi non vediamo le cose nel modo in cui sono. Le vediamo nel modo in cui siamo. La realtà frammentata, fatta di migliaia di parti accostate anche in modo caotico in cui ci districhiamo senza trovare un capo, appare meno ingarbugliata se facciamo un passo indietro, cambiando il punto di vista e osservando le cose con impassibilità e controllo. Ciò è valido per un quadro, per una opera d'arte in generale e ancora di più nel nostro rapportarci col resto del mondo. 
Seurat anticipa i procedimenti delle immagini a colori del pannello elettronico: il suo puntinismo è infatti il progenitore dei pixel negli schermi televisivi.


Punto! Due punti!! Tanti punti ....... ma sì, fai vedere che abbondiamo!
PS:  la sua è senza tempo, è una pittura moderna, affascinante, ipnotica e non va cambiata di una virgola. Questo è il punto!

domenica 7 gennaio 2018

Infinità infinita - Pt. II

 L’arte è l’incontro inatteso di forme e colori che prima si ignoravano.

E' possibile che un artista passi la vita ad immaginarsi l'impossibile? Le opere di Rothko rimandano agli infiniti mondi delle finestre cieche della biblioteca di Michelangelo. 
Nella sua ricerca continua e senza sosta, col passare del tempo l'artista cambia verso ai suoi quadri, che da verticali  ora, si espandono in orizzontale. Quelli che prima erano indefinite barre di luce-ombra, diventano qualcosa di simile a delle colonne di sostegno e il carico che sopportano è la storia dell'umanità.
Osservando i suoi grandi quadri, alcune delle opere più belle e toccanti mai create da artista moderno,  si è proiettati in una sorta di età dell’oro dove l’uomo non aveva niente da perdere e aveva un'intuizione da seguire. Oggi non è più lo stesso, immersi in un'epoca di tonnellate di parole e di attività senza significato e sostanza. Egli era disperatamente alla ricerca di un po' di silenzio e un posto dove poter mettere radici e crescere. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse alla ricerca di un luogo dove realizzare la sua “visione”. Assapora il successo e le sue opere vendono come non mai, ma con la popolarità, la sua vita diviene insapore, i bicchierini che lo accompagnano dalle 10 del mattino, degenerano presto in un grave alcolismo e le troppe sigarette, il vizio di tutta una vita, causano problemi al cuore e ai polmoni. 
La sua vita e il suo matrimonio sono in crisi; è oppresso dalla melanconia e i suoi lavori diventano sempre più cupi e sempre più intensi, tutti giocati su toni scuri. Mentre all’inizio degli anni Cinquanta le sue tele erano pervase da tonalità cangianti, espressione di emozioni forti e piene di vita, nell’ultima fase della sua carriera i suoi quadri si fanno molto cupi, denotando una condizione esistenziale disturbata ed un periodo particolarmente difficile per l’artista. Ancora una volta e fino alla fine, Rothko si affida unicamente al colore, anche se non più al giallo, all’arancio o al rosso; ora prevalgono i neri e i grigi, e l’assenza di speranza.
Appartiene infatti all’ultimo periodo della vita di Rothko una serie di “Untitled” (i “Black on Grey”), dove le pennellate, alternativamente nere e grigie, diventano la metafora del vuoto, della solitudine, dell’inquietudine, del dolore dell’artista, del suo stato d’animo al culmine della disperazione, che lo porterà poi al suicidio. 
 Le caratteristiche della sua pittura sono cambiate, così come è cambiata la sua visione del mondo: a prevalere sono, alla fine, i temi della sofferenza e della disperazione che vengono portati alle estreme conseguenze. Nell'ultimo periodo egli è sulla difensiva, arrabbiato, e si ritrova  a dipingere delle tele scurissime come la notte più tenebrosa. Niente di più drammatico che concentrarsi sulla dissolvenza del colore; ogni volta una tela più scura, ogni volta una campitura più cupa e funerea, fino ad arrivare alle ultime tele quasi completamente nere. Ha voglia di sparire, e alla fine ci riesce, scompare, contando solo su se stesso.

La cappella di Houston, tempio della sua arte, seppellisce ogni speranza e non convince chi ha tentato di persuaderci che questo posto non è oscuro e funereo come sembrerebbe.
Vi è una precisa riduzione di quella luce che ha sempre bruciato intensamente nelle sue opere più importanti. (sinceramente sedendosi qui ci si sente luminosi e belli?). Quelle barre di colore illuminate dalla luce, che avevano dato alle sue opere tanto del suo movimento, sono scomparse e al loro posto una notte inchiostrata. E’ quasi come se dipingesse per vedere quanto scuro può essere il buio. La cappella di Houston è una sepoltura per viventi, il futuro e le speranze sono imprigionate. Nell'oscurità di un quadro dopo l'altro Rothko sembra scomparire nello spazio profondo. Ammirare i suoi quadri equivale ad incanalarsi in un vicolo cieco. Queste tele si aprono su quello spazio ignoto di cui Rothko parlava spesso, un luogo dove solo l'arte può condurci lontano dal brusio di fondo del tempo.
Allora le colonne appena abbozzate e suggerite, i colori sbavati, servono a trasformare la superficie del quadro in uno spazio che potrebbe essere quello da cui veniamo o quello in cui finiremo. Questi dipinti non sono fatti per lasciarci fuori ma per abbracciarci. Esiste qualcosa di più potente di questa sala nel cuore della vita moderna ma lontana anni luce dai rumore e dalle luci dell'arte contemporanea, dalla ricerca esasperata dell'istante. Rothko, modernissimo, non parla mai del momento attuale. La sua pittura parla di eternità. 

La cappella è un posto dove si va per sedersi, stare a voce bassa, godere appieno della solitudine … (Ma sedendo e mirando, interminati spazi e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo, io quello infinito silenzio a questa voce co comparando: e mi sovvien l'eterno..) per sentire i millenni scorrere via ed essere trasportati verso le grandi aperture che si aprono sulla soglia dell'immortalità, dove sentire l'intensità del nostro venire e andare, del nostro entrare e uscire, della nostra nascita e della nostra morte. Utero, tomba, e tutto quello che c'è in mezzo. Potrà mai esserci arte più completa, più potente. Credo di no!

Ha una solitudine lo spazio, solitudine il mare e solitudine la morte ….. eppure tutte queste sono folla in confronto al punto più profondo in cui ci conduce la sua arte, punto che è anima al cospetto di se stessa: infinità infinita. Infinita immensità.....

.....così tra questa immensità s'annega il pensier mio

mercoledì 3 gennaio 2018

Infinità infinita - Pt. I

Nel rivolgere uno sguardo attento a qualcosa, 
questa diventa sorprendente, indescrivibilmente magnetica.

L'arte si può sentire respirare, e come l'amore o il dolore può cambiarci la vita e può, chissà, cambiare il mondo intero.
Mark Rothko scelse come mezzo espressivo della sua arte, il colore, col quale sperava che i suoi quadri “fiatassero”.
Il 25 febbraio del 1970 il corpo di Mark Rothko viene ritrovato steso sul pavimento del bagno nel suo studio. Il pittore dopo tanto tempo passato nel chiuso della sua mente, nel regno delle tenebre, si era ucciso. Rothko sì aggiunge all'elenco dei tanti pittori astratti suicidi. “I miei quadri iniziano un'avventura ignota in uno spazio ignoto”. “Non so dove mi portano: so soltanto di non avere scelta e che non sarà esattamente una passeggiata”.
I suoi quadri sembrano in attesa. Quasi mai scatta l’amore a prima vista. Però noti qualcosa, una vibrazione e un pulsare continui. Ti senti attratto oltre quelle linee nere, verso luoghi misteriosi dell'universo.
Le opere mature sono grandi tele suggestive, opere emotivamente coinvolgenti, sensualmente contagiose, grandi quadri verticali con barre di colore contrastanti, fasce tricolori sovrapposte le une alle altre, cangianti, brillanti, che ti fanno precipitare in una sorta di profondo e indefinito splendore. 
Si sente, nel suo lavoro, la mente rarefatta di chi si è immerso in una nube di pensieri dissolti, eterei. In effetti quella di Rothko sembra una pittura senza pittore, una sorta di condizione primordiale del colore, che è .... prima dell'uomo, e che però lo esclude. L'autore sparisce, è assente, viene meno.
Rothko è l'autore di quadri potenti, complessi; le sue opere emanano un campo di forze così straordinariamente magnetico, che anche molto dopo averle guardate, se ne percepisce la pregnanza. Lo stile maturo di Rothko sembrò smentire tutti quelli che accusavano la cultura americana di scarsa profondità: se c'è una cosa che si può dire delle sue opere è che sono “doppiamente profonde”.
Egli è riuscito a realizzare qualcosa di totalmente originale. Non sono i colori a rendere i suoi quadri riconoscibili ai nostri sensi, ma è piuttosto quello che Rothko fa fare ai colori. Ad uno sguardo fugace, i suoi dipinti sembrano fermi, composti; ma a guardare accuratamente, ci si accorge che non è così, sono in movimento, sembra che si gonfiano e respirino, sembrano vivi. No, non sono quadri che si limitano a farsi guardare, vengono a prenderci e noi ci arrendiamo, immergendoci totalmente. È una pittura spirituale, trascendentale. La sua arte è così coinvolgente, trascinante e Rothko è il maestro della fusione dei colori. Grande è il peso delle sfocature,  dei margini frastagliati, sia sui contorni dell'intera opera che sulle linee che l'artista ottiene fra le grandi zone di colore (immagini immerse in una nuvola di fumo): sembrano perdersi in una vampata di fuoco, e del fuoco hanno lo stesso potere ipnotico. Cosa è quel bagliore, una accensione o uno spegnimento? Una luce interiore, misteriosa e potente si affaccia nella nostra coscienza: è difficile riuscire a trattenere altro negli occhi della mente.
La sua pittura è meditativa, ma non leggera. È, al contrario, profondamente angosciosa, ha come sostanza un caos calmo. Egli non voleva che i suoi quadri fossero una passeggiata, niente a che fare con la bellezza; all’opposto, dovevano evocare le sensazioni più estreme: tragicità ed estasi. “Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza”.
 Rothko, dichiarò che gli interessava solo esprimere le emozioni fondamentali dell’uomo e comunicarle agli altri. L’artista sentiva di dover comunicare, attraverso la sua arte, fatta di forme semplici e di colori assoluti, il senso tragico dell’esistenza. Egli probabilmente temeva di sentirsi dire quanto fossero belli i suoi quadri (anche se lo erano davvero) perché la parola bellezza faceva pensare che potevano essere considerati soltanto come un arredo da interno per ricchi. Sperava invece che la gente piangesse davanti ai suoi quadri, compiendo in tal modo la stessa esperienza religiosa che egli aveva vissuto mentre li dipingeva. I suoi quadri sono incombenti, pronti ad inghiottirci: il suo desiderio sarebbe stato di sostituire totalmente le pareti e qualcosa di profondo sarebbe allora accaduto alle persone superficiali che immerse dentro la sua pittura, si sarebbero arrese al potere dell'arte, la sua arte.
 ...sotto la calma apparente, un assordante frastuono, dissonanze chiassose e confuse, armonie affannate e sconnesse,  leggere increspature agli orli .... pause tranquille atte alla digestione, intransigenze mute, rabbiose devozioni. Aprire gli occhi sull'orlo increspato......
...To be continued

Non vi è nulla di più astratto del reale!

Tutto ciò che c'è c'è già. Allora nei miei pezzi che si fa? Renderò possibile l'impossibile fino a rendere possibile la realtà...