sabato 16 dicembre 2017

Come fa a capire quando ha finito un quadro? - Pt. II

Il compito attuale dell’arte è di introdurre caos nell’ordine.
(Theodor Adorno)

La superficie della tela non si contrappone all'artista come una superficie passiva che va riempita: è invece la parte avversa e attiva del pittore.
Pollock semina tracce sulla tela, e cosi facendo erige un labirinto di segni e poi si immerge nel colore come in un oceano. E' il sogno di ogni pittore, quello di inabissarsi pienamente nel colore, nell'essenza della pittura: si inabissa per annegarvi.
I quadri, realizzati con la tecnica del dripping rischiano di essere visti come risultati spontanei di azioni più o meno casuali. Pollock in più occasioni dovette difendersi dall'accusa di eseguire  quadri che non seguivano una idea, dovuti a impeto di energia senza controllo e privi di contenuto.
Critici e giornalisti reagiscono con irritazione. In particolare Aldous Huxley, autore di Il mondo nuovo, in presenza di diversi interlocutori, afferma: ”perchè, mi chiedo, un quadro viene terminato proprio in un determinato punto ... l'artista potrebbe continuare a dipingere all'infinito (risate dei presenti). Un professore della Yale Univerity espresse invece l'opinione che Cathedral (vedi sotto) costituisse un disegno eccellente per una cravatta.
Al critico italiano Bruno Alfieri, che considerava la sua opera figlia del caos, Pollock, adirato e furibondo, inviò un telegramma: “SIGNORE: NIENTE CAOS, MALEDIZIONE. TELE FATICOSAMENTE ELABORATE, COME PUO' VEDERE...”

Il colore non descrive la realtà oggettiva delle cose, ma agisce come una forza di contrasto che ha valore in se stessa.  La colatura, il dripping, lo schizzo impulsivo prevalgono sull’uso calcolato del colore, ma al centro resta comunque la tensione accentuata e mai venuta meno per la figurazione.
Più che quadri, le tele di Pollock sono dei campi di forza, una dimensione dove, guidate dall’istinto artistico, si manifesta, emergendo dall’abisso della psiche, sublime e spaventosa energia ancestrale …… sono il risultato di un orgasmo, di una inseminazione. Come fa a capire quando un quadro è finito? Voi come fate a capire quando avete finito di fare l'amore?!!!
Con Pollock muore un grande talento e una delle più brillanti e coraggiose intelligenze nella storia della pittura. Il suo lavoro fissa una linea di confine, una frontiera dalla quale per l’arte contemporanea è impossibile arretrare, ma che è anche estremamente difficile da superare.
Cosa è quello che fa: è pittura? È arte? È un quadro? Cos’è?
Scrivono:”Uno scimpanzé adulto ha la sua stessa manualità”….”Il suo lavoro è la manifestazione del disordine psichico di un alcolizzato sotto gli effetti di psicofarmaci”. Qualcuno più benevolo: “Nella casualità caotica dei suoi quadri vi è dell’energia”.
Ma il caos e il caso sono esattamente le cose che egli cercava di controllare. Pollock vuole dare ordine, ritmo e bellezza. 
In Full fhatom five ha uno stile inconfondibilmente suo. Filamenti di colore sgocciolato sulla tela formano arabeschi e idiogrammi enigmatici. Domina il verde con inserti di bianco, arancio, rosso e grovigli di linee nere. La superficie mostra i segni sedimentati del percorso realizzativo e della vita materiale dell'artista. Nel colore tracce di fiammiferi, sigarette, segni di tappi di tubetti di colore e di chiavi cadute. Pollock seppellisce se stesso e la pittura tradizionale, ma nello stesso tempo ricerca la sua identità. Egli sfregia e cancella tutto quanto lo ha preceduto, le vecchie forme della cultura del passato, per esprimere a pieno il suo tempo.
Pollock aveva compreso di essersi spinto fino al limite estremo di ciò che si intende col termine di pittura. Un giorno pregando la sua compagna di osservare una sua opera, non le chiese se fosse buona o no, bensi se si potesse considerare un quadro.
Pretendeva che tutti avessero occhi per vedere. E cosa c’è da vedere? C’è davvero qualcosa da mostrare? E se fosse tutto una grande illusione?
La confusione si crea sempre all’interno di un'illusione. Il caos sempre genera la confusione e l'illusione della vita. Confusi? Illusi? La confusione-L'illusione è buona. E’ un ottimo posto per imparare qualcosa di nuovo.

mercoledì 13 dicembre 2017

Come fa a capire quando ha finito un quadro? - Pt. I



 Disegnare è come fare un gesto espressivo… con il vantaggio della permanenza.
(Henri Matisse)

Jackson Pollock non inventa nulla. La tecnica del colore colato e versato (dripping) a cui si votò intensamente, perfezionandola, era già stata adoperata da altri pittori: quindi, la grandezza dell'artista non è una questione puramente tecnica. La statura artistica di Pollock, non dipende dall'aver impiegato una definita tecnica pittorica, ma nel fatto che l'abbia utilizzata con un’efficacia fino ad allora impensata. Jack the (d)ripper, cosi fu soprannominato dalla rivista Time.

Cominciò collocando la tela a terra, cosi da poterla avvicinare da tutti i lati. Il pennello viene quasi del tutto abbandonato: egli distribuisce il colore per lo più con bastoni o direttamente da un secchiello, senza alcun contatto quindi con la superficie del quadro.

Il suo gesto è di togliere il quadro dal cavalletto per collocarlo a terra dipingendo mentre muove il proprio corpo attorno al quadro. L’azione espressiva non è più quella di un pittore-autore che osserva la realtà attraverso la linea prospettica del quadro-finestra. Piuttosto, il passaggio dalla verticalità del quadro sostenuto dal cavalletto all’orizzontalità della sua disposizione a terra libera il gesto dell’artista dal vincolo della prospettiva geometrica; i punti di vista e la percezione si moltiplicano, l’opera si apre a una pluralità di prospettive, non esiste fine ne inizio, non vi è più punteggiatura, come in letteratura era avvenuto vent’anni prima con la grande lezione dell'Ulisse di James Joyce. 

Violando lo spazio del quadro, l’artista entra in una zona sconosciuta, non garantita da nessuno, inaccessibile prima di allora. In una dichiarazione di Pollock rilasciata durante un’intervista: “Continuo ad allontanarmi sempre più dai soliti strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli ecc... Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar sgocciolare la pittura fluida o con un impasto pesante con sabbia, vetri o altri materiali estranei”.

Solo in tal senso Pollock inventa così una nuova tecnica pittorica definita dripping: fa sgocciolare il colore sulla tela usando pennelli induriti, bastoni o anche siringhe da cucina. Le colonne d’Ercole del quadro sono superate. Non è più l’opera d’arte che imita la realtà, ma è l’opera d’arte che realizza in se stessa, nella sua più radicale concretezza, nel suo stesso definirsi  una nuova realtà.

Con Pollock inizia un nuovo cammino. Le parole non bastano, servono soltanto ad acquistare il biglietto, ma il viaggio inizia quando si fanno i gesti. 

Il suo modo di lavorare è stato immortalato dalle immagini di Hans Namuth, che filmò e fotografò l'artista durante il suo lavoro. Il colore veniva distribuito sulla tela a grande velocità; spesso Pollock si fermava per far asciugare la tela e per riflettere sul modo migliore di procedere. In un’intervista, J. Pollock afferma: “la cosa migliore è una tela non tesa, sistemata a terra...se la tela è a terra lavoro meglio, mi sento più vicino al quadro, ne faccio parte, posso camminargli intorno .... e letteralmente starci dentro .... Quando sono nel dipinto, non mi rendo conto di quello che faccio. Solo in seguito riconosco ciò che sto realizzando. E non temo di apportare modifiche al quadro, che ha una sua vita propria. Cerco solo di farlo venire fuori. Solo quando perdo il contatto col quadro, ne esce spazzatura. Altrimenti, regna armonia pura, un delicato dare e prendere”.
 
Le belle parole possono colpire, ma il gesto lascia il segno dove le parole si fermano.
 ....To be continued

sabato 9 dicembre 2017

L'attesa di chi attende!

Se non ci metterà troppo, l’aspetterò tutta la vita.  
Ciò che conta è avere sempre qualcosa da attendere.  

Hopper dipinge un tempo senza tempo. (Che ora è? E' l'eternità!). La sua è un'ora elegante, pervasa da un senso di accordo che avvolge tutte le cose, un'immobilità senza suono. Quello dipinto è un momento che perdura. Una ragazza indugia in quell'attimo infinito, prigioniera della sua inerzia, un uomo seduto sul ciglio della strada è completamente assente, la città appare morta, non passa nessuno e la luce intensa accentua il senso di estraniamento. La pittura di Hopper racconta quell'attimo, un attimo di sospensione. L'attimo sospeso (è il contrario dell'attimo fuggente), è un tempo bloccato che perdura nella mente. È un fotogramma di un film, una foto istantanea fuori dalla realtà. Un attimo fermo, interminabile, separato per sempre da quello prima e da quello dopo, perduto nello spazio-tempo, per opera di un incantamento, che prima o poi svanisce e si rompe.  È un momento in cui le cose di ogni giorno diventano accenno all'incognito. La luce che avvolge il mondo non è naturale ma luce senza variazioni.
Attimi di sospensione, grande malinconia, personaggi bloccati dentro un frammento di tempo ... aspettano qualcosa ...... chissà cosa. Più della solitudine, della mancanza di compagnia, i personaggi di Hopper soffrono per la mancanza di senso da dare alla realtà. Aspettano forse semplicemente che il tempo riprenda a scorrere. Strana sensazione ..... l'orologio si blocca e batte sempre lo stesso secondo, incurante del tempo che passa.
Spesso nella nostra memoria il tempo si aggroviglia, si ferma; degli infiniti frammenti che lo compongono, alcuni attimi rimangono impressi nella nostra mente, altri svaniscono e sembrano perdersi. Ma nessuno di questi attimi si perde definitivamente, al massimo rimane in sospensione ...... Hopper, con la sua pittura ferma, calda, immobile e rassicurante, ci fa toccare un attimo in sospensione, un istante eterno!
La solitudine c’è, ma come dice lo stesso Hopper non è il tema principale. A dominare tutte le scene è l’idea dell’attesa.

In tutti i suoi dipinti egli rappresenta la lunga attesa di qualcosa o qualcuno. Ricorda "Aspettando Godot" di Beckett. Due persone comuni aspettano il personaggio misterioso di Godot, e nel frattempo sviluppano un dialogo privo di senso. Godot non arriva, anche se resta aperta la speranza che compaia l’indomani: chi sia, del resto, non solo nessuno lo sa, ma non si può nemmeno arrivare a interpretarlo con certezza!

La simbologia sottesa in queste attese resta dunque inespressa e forse ogni osservatore può introdurre la propria interpretazione. Hopper esprime la sua più radicale visione dell’esistenza umana:  ogni uomo è infatti isolato da tutti gli altri, con i quali non può entrare, per nessuna ragione, in comunicazione.
Alla parola si sostituisce il silenzio. Come in Beckett, nelle sue opere domina il nulla. Proprio questo nulla diventa il simbolo del nichilismo di Hopper, che ha messo in immagini la crisi dell’uomo nella realtà contemporanea.
Senza dubbio tutta la produzione di Hopper,  e' costruita intorno alla condizione dell’attesa, ma probabilmente, c’è più di una chiave di lettura. L'attesa e' reale: Dio (quello di Godot-God), il destino, la morte, la buona sorte. Hopper non rivela nulla. (Dal canto suo, Beckett ha sempre dichiarato che se avesse saputo chi fosse Godot lo avrebbe scritto). Ma la fortuna e la grandiosità di Hopper stanno proprio nella sua astrattezza, il che non vuol dire che ognuno di noi è libero di vedere quello che meglio crede, ma che l’attesa dipinta è la sintesi di tutte le attese possibili.
Quel che si deve fare è passare il tempo, ma anche protendersi oltre il tempo. Le sue sono attese profonde, che aiutano a passare il tempo, ma anche ad andare oltre il Tempo.  

Una vecchia canzone: "Vivo tutti i  giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot. Ho passato la vita ad aspettare Godot......sono invecchiato aspettando Godot, ho sepolto mio padre aspettando Godot, ho cresciuto i miei figli aspettando Godot....i miei figli son grandi e lontani, però io sto ancora aspettando Godot....dopo tanta vita più pazienza non ho, non posso più aspettare Godot....c'è un pozzo laggiù che specchia la luna, è buio profondo e mi ci butterò, senza aspettare che arrivi Godot... ma l'abitudine di tutta una vita, ha fatto si che ancora una volta, per un momento io mi sia girato, a veder se per caso Godot era arrivato".

Forse il segreto della vita sta non nell’aspettare Godot, ma nell’andare a cercarlo!

martedì 5 dicembre 2017

La solitudine di luoghi solitari


 La solitudine è bella, ma abbiamo bisogno 
di qualcuno a cui dire che la solitudine è bella.

Friedrich Nietzsche ha scritto che l'arte nasce dalla fusione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà. A possederle entrambe, e nella forma più elevata, è Edward Hopper.

Nella sua pittura è presente l'America contemporanea e un poco fuori moda, dove risaltano vecchi binari della ferrovia, fari sulla costa rocciosa, vecchie case coloniche dipinte di bianco e con il tetto a spiovente, scorci di strade deserte.

Le ambientazioni che egli sceglie sono ordinarie, familiari, semplici: un distributore di benzina, una tavola calda, l'interno di un vecchio cinema, uffici, una stanza di un appartamento o di un albergo; poche figure, di solito assorte o isolate.
Eppure nonostante l'evidente realismo, le sue immagini sono, senza dubbio alcuno, irreali. Egli, difatti, immerge la città, un angolo di strada o la porzione di un interno in una luce pulita, rigorosa; le sue vedute, i suoi scorci, in suoi interni sono disabitati; nelle strade manca il movimento di persone, il frastuono del lavoro e delle funzioni. Manca il rumore, non c'è alcun suono e tutto è fermo. Pausa, silenzio, sospensione, nessuno recita; e quando presenti, gli attori non hanno copioni da recitare. L'irrealtà prevale sulla realtà e a farla da padrona è la solitudine. Egli dipinge la solitudine di luoghi solitari, o meglio, la solitudine di luoghi che dovrebbero essere affollati e gremiti di persone. Le città hanno i negozi chiusi e le case con le tendine abbassate, i distributori di benzina sono deserti, le caffetterie sono senza clienti e i cinema senza pubblico. E poi donne sole sedute ad aspettare chissà chi o chissà cosa, interni con viaggiatori malinconici, che forse rinviano l'ennesimo viaggio, ragazze assorte con lo sguardo perso.


Immagini di inquietante fascino, di grande impatto emotivo, le sue sono opere potenti, emblematiche, allusive e inquietanti della condizione umana contemporanea. Le immagini solitarie e silenziose, cariche di suggestioni metafisiche, le atmosfere inspiegabili e assorte fanno un silenzio assordante e si  percepisce la risonanza dell'incomunicabilità.  La sua pittura è una “poesia silenziosa”. Eppure non è la solitudine la spiegazione della sua pittura, e lo stesso  Hopper si lamenta: ”In riferimento alla mia opera si parla troppo di solitudine”. In ogni caso, egli non è interessato alla psicologia, ed infatti non dipinge i volti in maniera espressiva, anzi ritrae le persone da lontano e non da spunti, o dettagli su ciò che accade. C'è una atmosfera vagamente metafisica nei suoi quadri, che allontana le sue immagini dal presente. 
 Le strade vuote, le camere di un motel, ricorrenti nella sua opera simboleggiano una condizione di distacco e alienazione. 
Egli costringe lo spettatore ad interrogarsi sul significato della vita, aiutato da un silenzio evocativo. È un silenzio solenne, che impressiona, quasi insopportabile, che racchiude un senso di mistero, gravido di .....aspettative.
Hopper ha inserito nella sua pittura un’ampia e aperta riflessione filosofica sulla crisi dell’uomo contemporaneo. Egli rappresenta la crisi della vita sociale e l’impossibilità di una vita di relazione fondata sulla comunicazione interpersonale.

Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene da soli, in una camera.

.....To be continued

Non vi è nulla di più astratto del reale!

Tutto ciò che c'è c'è già. Allora nei miei pezzi che si fa? Renderò possibile l'impossibile fino a rendere possibile la realtà...